Vini frizzanti, il “vino di mezzo” cerca un nuovo spazio
I consumi cambiano e gli spumanti economici guadagnano terreno. Per i vini frizzanti italiani la sfida è ridefinire identità, occasioni di consumo e posizionamento, puntando su qualità, territorio e riconoscibilità.
August 31, 2026
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Vini frizzanti, il “vino di mezzo” cerca un nuovo spazio
Per decenni il vino frizzante ha occupato una posizione immediatamente riconoscibile nei consumi italiani: più quotidiano e informale rispetto ai vini fermi strutturati, meno celebrativo dello spumante. Oggi questo ruolo appare meno definito. I volumi nella Grande distribuzione diminuiscono, i mercati internazionali seguono traiettorie differenti e gli spumanti Martinotti-Charmat di fascia economica hanno progressivamente conquistato occasioni di consumo tradizionalmente presidiate dai frizzanti. Più che una crisi improvvisa, è una trasformazione che impone alla categoria di ripensare la propria identità.
Nell’articolo pubblicato su Il Corriere Vinicolo n. 26/2026 del 31 agosto, “Dossier Frizzanti – 13ª edizione”, Maurizio Taglioni raccoglie le analisi e le proposte di otto operatori del settore: Fedele Angelillo di Mack & Schühle Italia, Marco Berti di Terre Cevico, Claudio Bruzziches di Caviro, Quirico Decordi di Vinicola Decordi, Giovanni Giacobazzi di Giacobazzi A. & figli, Gabriele Lechthaler di Cantine Riunite & CIV, Luca Serena di Serena Wines 1881 e Alessandro Vella di Italian Wine Brands.

Il quadro più critico emerge nella Grande distribuzione italiana. Il frizzante risente della contrazione dei consumi tradizionali, della minore capacità di spesa delle famiglie e della concorrenza degli spumanti di primo prezzo, percepiti come più contemporanei e versatili. La distinzione tra il vino della tavola quotidiana e quello delle ricorrenze si è attenuata: lo spumante è ormai entrato anche nel consumo durante i pasti, mentre il frizzante fatica a essere riconosciuto come categoria autonoma.
Il Lambrusco rende particolarmente evidente questa tensione. Le tipologie di fascia medio-alta, sostenute da una più forte identità territoriale, mostrano una migliore capacità di tenuta; soffrono invece maggiormente i prodotti d’ingresso, esposti alla competizione sul prezzo e al peso di un’immagine internazionale che in passato ne ha favorito la diffusione, ma oggi rischia di limitarne la percezione qualitativa.
All’estero lo scenario è più articolato. Germania, Regno Unito, Europa orientale e alcuni Paesi dell’America Latina continuano a offrire opportunità, mentre nei mercati asiatici orientati al segmento premium il frizzante incontra maggiori difficoltà. A cambiare sono soprattutto le occasioni di consumo: la tavola strutturata lascia spazio all’aperitivo e a forme di convivialità più informali, nelle quali il frizzante possiede caratteristiche potenzialmente favorevoli, dalla facilità di beva alla gradazione spesso più contenuta, ma non sempre riesce a comunicarle efficacemente.
Dalle testimonianze emerge un realismo condiviso: i volumi difficilmente torneranno ai livelli del passato, ma la categoria conserva uno spazio per le proposte capaci di esprimere qualità, origine e riconoscibilità. La sfida non è soltanto vendere frizzante, ma restituire al consumatore una ragione chiara per sceglierlo.