Pecorino, dai volumi alla costruzione del valore
In quarant’anni il Pecorino è passato da varietà quasi scomparsa a bianco diffuso nel Centro Italia. La crescita produttiva deve però ancora tradursi pienamente in reputazione e valore.
September 24, 2026
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Pecorino, dai volumi alla costruzione del valore
Da uva quasi scomparsa a uno dei bianchi più diffusi del Centro Italia: in poco più di quarant’anni il Pecorino ha conosciuto una crescita rara tra le varietà autoctone. All’espansione dei vigneti e dei volumi non ha però sempre corrisposto un analogo aumento del valore. Il vitigno si trova oggi di fronte a una nuova fase: trasformare la notorietà raggiunta in reputazione, riconoscibilità e capacità di sostenere prezzi più elevati.
L’analisi di Franco Santini, pubblicata sul numero 29 del 21 settembre 2026 de Il Corriere Vinicolo, ricostruisce la traiettoria del Pecorino a partire dal Piceno e dal ruolo svolto da Guido Cocci Grifoni. Nel 1982 il produttore individuò alcuni tralci superstiti a Pescara del Tronto e avviò il recupero della varietà. Da quel materiale l’Istituto Sperimentale per la Viticoltura isolò il primo clone di Pecorino, iscritto nel 2002 al Registro nazionale con la sigla I-1 ISV.

La successiva diffusione ha dato origine a modelli produttivi differenti. In Abruzzo il Pecorino ha raggiunto una scala circa dieci volte superiore a quella marchigiana, sviluppandosi soprattutto attraverso vini a indicazione geografica e fasce di prezzo accessibili. Nel Piceno, invece, Falerio Pecorino e Offida Pecorino Docg rappresentano produzioni più contenute, orientate in misura maggiore alla qualità sorvegliata, al margine e alla reputazione. Non si tratta semplicemente di contrapporre successo e fallimento, ma di osservare due strategie d’impresa con dimensioni e obiettivi diversi.
Il caso Cocci Grifoni mostra come il valore possa essere costruito intervenendo sia a monte sia a valle. La scelta clonale e il contenimento delle rese definiscono il potenziale della materia prima, ma non determinano automaticamente il posizionamento. Contano anche le decisioni agronomiche, la gestione della vendemmia, lo stile di vinificazione, il prezzo e i canali commerciali. L’azienda ha progressivamente ridotto gli interventi correttivi in cantina e trasferito risorse al vigneto, privilegiando acciaio e cemento, affinamenti sulle fecce fini ed esposizioni più fresche.
La precocità del Pecorino rende particolarmente delicata la scelta del momento di raccolta. Occorre conservare un’acidità viva quando gli zuccheri sono già maturi, in una finestra che il riscaldamento climatico ha ulteriormente ristretto: rispetto al passato, la vendemmia si è anticipata di circa un mese. Il presidio del vigneto diventa così una leva competitiva, soprattutto per un’uva la cui longevità potenziale non è ancora pienamente riconosciuta dal mercato.
Scarsità dichiarata, rese contenute, segmentazione delle etichette, vendita diretta ed enoturismo sono alcuni degli strumenti disponibili per sottrarre il Pecorino alla logica della commodity. La sfida, tuttavia, supera la capacità del singolo produttore. Per trasformare le qualità del vitigno in un asset condiviso servono strategie coordinate delle denominazioni e dei Consorzi, capaci di costruire una domanda disposta a scegliere il Pecorino per la sua identità e non soltanto per la convenienza del prezzo.