La produzione si aggira intorno agli 80 ettolitri annui e comprende cinque etichette: quattro vini bianchi da Fiano, Greco, Coda di Volpe e Falanghina e un rosso da uve Aglianico acquistate sul territorio. Le bottiglie, circa 5.500 all’anno, vengono distribuite soprattutto attraverso le diocesi, le botteghe solidali e i mercati di Campagna Amica.
Il valore più rilevante del progetto non è però soltanto economico. Secondo Marco Luongo, nessuno dei detenuti che ha lavorato nella fattoria sociale è risultato recidivo dopo la scarcerazione. Resta più difficile trasformare le competenze acquisite in occupazione stabile, soprattutto quando gli ex detenuti rientrano in territori poco vocati alla vitivinicoltura, ma l’esperienza dimostra il ruolo decisivo del lavoro nel percorso di reinserimento.
L’articolo richiama anche altre iniziative: l’associazione Seconda Chance, che mette in contatto imprese e detenuti attraverso le opportunità previste dalla Legge Smuraglia; il progetto Gorgona di Frescobaldi; e “Vite Libera”, il primo corso per sommelier riservato ai detenuti, promosso da Ais Toscana. Esperienze diverse, accomunate dall’idea che il vino possa offrire non soltanto un mestiere, ma una possibilità concreta di ripartenza.